giovedì, 10 gennaio 2008

Ventiseiesima possibilità - o di ciò che chiamiamo le stagioni del cuore

Del resto lo so, l’ho imparato anni fa. Da te, l'amica da cui imparare, e da quel piccolo libro di cui mi parlasti.

Occorrono cinque stagioni per superare un dolore, per riempire un vuoto.

Cinque stagioni per masticare un lutto, una perdita, per vedere la pelle ricrescere su una ferita.

Così sono partita dall’autunno e mi sono addentrata nell’inverno.

I fiori del mio abito sono appassiti.

Mi sfoglio, lasciandomi nuda. Incurante a me stessa.

Mi lascio dimenticare senza osare. Con la bocca cucita, per non rivelare, adesso che è tardi, ciò che farebbe più male.

Cinque stagioni e cinque stazioni, da attraversare provando a non voltarsi indietro.

Nella prima la luce ancora entrava dall’alto e la affogava tutta di sole, sì che le forme erano enormi ed ingombravano tutto.

Nella seconda la linea del tramonto è più alta, e le ombre e le lacrime più lunghe.

Nella terza comincerò a spiare gli arrivi, il momento in cui la gente dà il meglio di sé.

Mi apposterò, seminascosta da un pilastro, succhiando con lo sguardo gli abbracci e le labbra che nulla hanno a che fare con me, sovrapponendomi come una carta carbone, perché la terza stagione mi lasci tracce e possa in qualche modo assomigliarle.

Nella quarta farà caldo, mio malgrado. Nella quarta proverò a darmi un senso, a sciogliermi in ciò che mi circonda. A diventare perla di sudore e germoglio nuovamente in fiore.

La quinta sarà lontana, lontanissima. Affollata di cartelloni pubblicitari e di ricordi che forse non mi suggeriranno niente, che non mi feriranno. O forse inaspettatamente sarà lì, scenderà da un treno ed io ferma ad aspettare sul binario.

Qualcuno mi dirà che un tempo era la stazione della città di R. e io sorriderò, incredula.

Lo ha scritto Flounder alle 17:11
giovedì, 27 dicembre 2007

Venticinquesima possibilità - o della botanica interiore

Ho una vita frettolosa, io.

Una vita che mi va stretta, angusta. Una vita che di colpo un giorno mi è diventata così attillata da togliermi il respiro, come certi abiti che piano cedono nelle cuciture e fino al giorno in cui il disegno della stoffa non assume una forma così diversa dall’originale, non ti accorgi di quanto ti siano diventati soffocanti.

Ho una vita che tutti i giorni – mio malgrado – mi obbliga a passare per la stazione della città di R. e prendere nota del confine che mi sono tracciata da sola per la sciocca arroganza di non volermi fidare delle mappe che vedo, e accorgermi delle mancate coincidenze per la stupidità di non volere consultare orari.

Ogni giorno, entrando nella stazione di R., socchiudo un poco gli occhi e mi sforzo di ricordare altri posti, altre stazioni, luoghi in cui mi era piaciuto sostare e da lì ripartire. Partire insieme per un ognidove. Insieme.

Così fingo che sia ancora possibile, sogno l’Orient Express o lo Shinkansen e per un poco mi acquieto.

Quando rido – e rido spesso, rido a dismisura, rido a crepapelle – sento la stoffa tirarmi sui fianchi, tendersi sul torace. Allora guardo i fiori disegnati e mi pare che assomiglino a quelle rafflesie che avevo osservato tanto tempo fa. E di colpo smetto di ridere.

La rafflesia è un fiore enorme, anormale. Un fiore rabbioso e commovente.

Sboccia senza pietà e raggiunge anche un metro di diametro. Attrae sguardi e attenzione, si impone su ogni altra forma di vegetazione.  Poi cade al suolo e marcisce lentamente, impestando l’aria.

E’ un fiore di carne, senza radici né foglie.

E poi una volta un mio collega mi aveva regalato delle piante di orchidee – lui le coltiva – e mi aveva insegnato a inseminarle.

Dopo l’impollinazione il fiore si accartocciava su se stesso e subito moriva.

Mi aveva detto che da lì potevo imparare come erano fatti gli esseri umani: un improvviso sboccio e nulla più. L’inevitabile attrazione di un istante. Un fuoco d’artificio nella notte. Una scintilla e poi il buio.

Non è così, gli avevo detto, non ti credo. E per un po’ – un bel po’ – non ci eravamo parlati più.

Oggi mi spiace. Mi spiace di essermi seduta dalla sua parte, in questa sala d’attesa dove il tempo muore. Di pensare che possa aver ragione.

Mi dispiace così tanto essere qui, senza un posto riservato. Senza una direzione.

Mi spiace tanto che nel tempo io abbia imparato a pronunciare parole dure, ma talvolta il peso del destino dei fiori è insopportabile. E’ un peso che mi fa piangere. Io che non sono un fiore ma amerei coltivarli.

E’ allergia, vero?, chiede mia figlia guardandomi gli occhi.

Sì, è allergia. Adesso passa subito: è l’aria delle stazioni vuote a farmi tanto male.

Lo ha scritto Flounder alle 01:16
giovedì, 30 agosto 2007

Ventiquattresima possibilità - o di quell'improvviso dolore nel costato

Non ci sarebbero stati abiti a fiori, questa volta. Né collane di perle o tacchi a stiletto.

Non ci sarebbero state vane attese a un binario e piccoli specchi da borsetta per controllarsi l’aspetto.

E nemmeno quell’elastico sottile che si tende all’inizio di un viaggio e che sappiamo che poi con uno scatto ci ricondurrà da dove siamo partiti.

La donna aveva occhi cupi, quel giorno, e la stazione era un paramento a lutto, di cielo argenteo e nero.

Il capostazione indossava una mitria bianca e dalle aiuole saliva forte un odore di incenso.

Sarebbe salita sul primo treno in partenza, destinazione sconosciuta.

La decisione era stata presa al giovedì, mentre ancora cercava di darsi un senso e intanto nella sua testa risuonavano le parole udite centinaia di volte: Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto mentre lo sposo è con loro? Verranno però i giorni quando lo sposo sarà loro tolto e allora digiuneranno.

Erano stati i giorni della fine non annunciata, quando lo sposo era ancora sorridente.

Andava in sposa a un’altra, ma lei non lo sapeva.

Non ancora.

Al venerdì saltò i pasti e si crocifisse nel ricordo di ciò che era stato, nella speranza morta di ciò che mai avrebbe potuto essere. A sera bevve una goccia d’acqua, solo una.

Il sabato tacque. Fu il giorno del grande silenzio. Intorno a lei calò la cortina e il ricordo si fece sudario, pronto ad avvolgerla.

La domenica si condusse in stazione, trafitta nella carne e nell’anima.

Alle tre il cielo si richiuse definitivamente su se stesso e la terra tremò, sotto il peso improvviso dei vagoni sulle traversine e le chiavarde.

Si accomodò nello scompartimento, chiuse gli occhi e provò a riposare.

Le passioni morte non resuscitano, lo sapeva.

E nemmeno hanno un luogo in cui essere sepolte con dignità. Restano lì, accatastate in una fossa comune, nel tempo indistinguibili.

Lo ha scritto Flounder alle 17:33
martedì, 10 luglio 2007

Ventitreesima possibilità - o dell'inerzia stagionale

Ultimamente nella Stazione della Città di R. le cose non funzionano più come una volta. C’è un lassismo generale.

Alcuni parlano di imponenti agitazioni sindacali, altri di un preciso intento di boicottaggio.

Così aspettiamo. Aspettiamo che il treno arrivi o riparta, ma intanto la stazione è deserta e nessuno è in grado di fornirci indicazioni.

Controllo con cura che le tue cose siano tutte a posto, che gli abiti non siano spiegazzati, che in valigia tu abbia con te un giornale, una bottiglia d’acqua.

Fai altrettanto con me, sistemandomi la collana, quel ciuffo di capelli sulla fronte, il mio piccolo bagaglio.

Come sovrappensiero col dito segui i fiori del mio abito, come se ognuno fosse la tappa di un viaggio lunghissimo.

Quando arriva il treno ci trova impreparati.

Non sappiamo più chi dei due debba partire.

Ci guardiamo a lungo nella speranza che uno dei due ricordi, che abbia un luogo, un luogo altro al quale appigliarsi, al quale far ritorno.

Ma è tutto inutile. Lo abbiamo dimenticato.

Il treno riparte e ci lascia ammutoliti.

Bevo un po’ della tua acqua, tanto non ti occorrerà più.

Mi spettini di nuovo, tanto non mi occorre essere presentabile altrove.

Per oggi è andata così, ci diciamo.

E ancora non riusciamo a ricordare chi dei due dovesse partire.

Lo ha scritto Flounder alle 16:05
venerdì, 27 aprile 2007

Ventiduesima possibilità - o della bellezza sufficiente a se stessa

Di bello aveva i seni e forse anche il resto, ma il primo impatto era quella massa bianca, uniforme, soda e morbida al tatto che lei ostentava, sfoggiava nelle migliori occasioni.

Il suo gioiello prezioso e inimitabile.

Lo esaltava con l’incedere altero, con gli abiti che lasciavano intravedere, immaginare, con il respiro lungo e pacato che alzava e abbassava la cassa toracica, seguendo una cadenza che evocava lontane melodie e desideri inespressi.

Alle amiche sfiorite sorrideva: “Sai, non ho figli”, detto come un merito, non come penosa giustificazione per tanta sfolgorante e immotivata bellezza, e le notti le passava a guardarsi, ad accarezzarsi, a custodire il suo tesoro, il figlio gemello che le si espandeva dal collo al torace, aggrappandosi con forza e tenacia per non lasciarsi andare e cadere.

Non fece programmi: la sua vita non ne aveva bisogno, realizzata e costruita minuziosamente su un particolare, su un dato di fatto non irrilevante.

L’estate diventava un tormento per tutti quelli che l’attorniavano: per gli uomini, cui l’arsura del desiderio non dava tregua, per le donne, che spiavano i suoi respiri, il disperdersi languido di tale abbondanza di forme, per i bambini, che fino alle soglie dell’adolescenza privilegiano la forma sferica, paradigma assoluto di terra, luna o edipici passatempi.

Tormentata dal mal di schiena si stirava come un gatto, tendendo spalle e braccia all’indietro, spandendo voluttuosamente il riflesso di tanto biancore.

E poi arrivò un mercoledì, uguale a tutti gli altri: al passaggio del treno forse un malore, forse un inconsapevole desiderio di liberarsi del fardello che le aveva impedito ogni progetto e offuscato ogni sogno la fece improvvisamente librare, sulle rotaie, sotto il treno rapido in transito.

La polizia la trovò così, dispersa nel fresco vestito a fiori decorato da rose sanguigne, orribilmente sfigurata, mutilata in ogni appendice.

Qualcuno si parò lo sguardo con la mano a visiera, per non dover subire l’abbaglio del suo turgore sdegnato.

Lo ha scritto Flounder alle 14:17
giovedì, 19 aprile 2007

Ventunesima possibilità - o del terrore della damnatio memoriae

Dopo anni di abbandono, la municipalità della città di R. si fece promotrice del recupero della stazione.

Nel tempo era diventata un luogo insalubre, carica di immondizie, infestata di erbacce. Vi trovavano riparo i senza tetto, i randagi, tutti coloro che da tempo avevano smarrito il proprio posto.

Grazie al finanziamento di un misterioso benefattore iniziarono i lavori di rifacimento: dapprima la facciata, poi le ampie sale d’attesa.

In seguito fu ripristinata la biglietteria e un piccolo treno a carbone che ogni domenica, e solo dietro prenotazione,  ripercorreva il tragitto di una volta.

La compagnia teatrale della città si occupò dell’animazione, di ricreare le atmosfere di un tempo. I ragazzini delle scuole fornivano indicazioni ai passanti, la città tutta fu coinvolta in qualche modo.

I passeggeri venivano dotati di cuffie che raccontavano loro la storia che si era svolta lì.

A ognuno la sua storia.

Poteva dunque capitarti di ascoltare ogni volta un frammento diverso, cogliere un aspetto sconosciuto.

Sul biglietto era impressa la foto di una donna con un abito a fiori, che sorrideva con una lieve malinconia nello sguardo.

Per tutti aveva qualcosa di familiare, ma nessuno avrebbe saputo dirne con certezza il perché.

I turisti prenotavano con mesi di anticipo per partecipare alle domeniche della stazione della città di R., arrivavano da lontano.

C’era un numero verde e una lista d’attesa. Una versione base e un’opzione pranzo a bordo.

Alla fine della giornata c’era sempre qualcuno che – commosso – ringraziava.

Qualcuno aveva il volto scavato dalla rabbia.

Qualcuno – infine – reclamava la restituzione del costo del biglietto. Scuotevano il capo dicendo che con tutti i problemi della città di R., non era possibile che l’amministrazione si perdesse dietro cose così inutili e sperperasse tanto denaro.

Credono di distrarci dalle difficoltà reali con una donna vestita d’abito a fiori e quattro chiacchiere.

Andavano via indignati e il giorno dopo scrivevano lettere di protesta alla stampa locale.

Il misterioso benefattore collezionava i ritagli di giornale, le lettere, recensioni e fotografie.

Non raccontò mai a nessuno i motivi della sua scelta, della generosa donazione.

Aveva da saldare un debito, mantenere una promessa.

Una volta al mese inviava un plico anonimo contenente tutto il materiale in un’altra città.

Un’anziana donna con un abito a fiori riceveva la busta e la conservava. A volte sorrideva, a volte sentiva di odiarlo.

Fintanto che arrivavano le lettere, manteneva la certezza che fosse ancora vivo.

Lei, invece, era morta tanto tempo prima, nella stazione della città di R.

Lo ha scritto Flounder alle 12:51
sabato, 14 aprile 2007

Ventesima possibilità - o della stagione balneare

Come quella volta che da bambino lo portarono a vedere il mare.

Gli tenevano la manina perché non scappasse, perché non corresse verso l’acqua, bagnandosi le scarpe e l’orlo dei pantaloni.

Era ancora troppo freddo per i bagni, si camminava lungo la battigia respirando l’aria.

Che erano gente di mare, loro. Temporaneamente prestati alla montagna, sacrificati al freddo e al grigio.

Ma lui non scappava, restava fermo, con uno sguardo sgomento.

Quant’è grande, mamma?

E’ grandissimo, è infinito.

Sì, ma quanto è grande? Posso arrivare dall’altra parte nuotando?

No, è enorme. E’ come l’amore della mamma.

Iniziano così certe cose e poi ci si affonda dentro, si annaspa.

Aveva un abito a fiori quel giorno sua madre.

E oggi, fermo nell’attesa alla stazione della città di R., scorgendo da lontano  una donna con un abito così simile a quello di un’altra vita,  la sua mano che si leva in un saluto e gli occhi spalancati, risente nelle narici l’odore di quel giorno e il vento. E sa che non potrà arrivare mai dall’altra parte di lei, mai dall’altra parte di niente e di nessuno.

E sa che ha paura.

Di nuovo.

Lo ha scritto Flounder alle 13:25
martedì, 10 aprile 2007

Diciannovesima possibilità - o dell'iperrealismo

Resta seduta, con un abito a fiori, nei giorni che assomigliano a scompartimenti.

Il paesaggio muta, le immagini scorrono.

Dal finestrino aperto entra il fresco della sera.

Il treno dondola piano e lei si addormenta. Più tardi sogna.

Sogna di una donna seduta, con un abito a fiori, nei giorni che assomigliano a scompartimenti.

Il paesaggio è fisso, le immagini ferme.

Il treno si arresta di colpo e lei si risveglia. Più tardi vede.

Vede una donna seduta, con un abito a fiori, nei giorni che assomigliano a scompartimenti.

Il paesaggio non esiste, le immagini sono scomparse.

E’ arrivata alla stazione della città di R.

Lo ha scritto Flounder alle 09:34
lunedì, 09 aprile 2007

Diciottesima possibilità - o della citazione da avanspettacolo

Che m'hai purtato a ffa'
'ncopp'a stazione 'e R.
(co' nu vestito a fiori)
si nun me vuo' chhiù bene?
Lo ha scritto Flounder alle 19:00
sabato, 07 aprile 2007

Diciassettesima possibilità - o dell'eccesso di altruismo

Avendo sparato a un uomo e avendolo ammazzato, capirete bene che il mio principale pensiero fosse quello di darmi alla fuga.
E quale migliore occasione del salire a volo sul primo treno che conduceva alla città di R.?
Lì mi sarei sbarazzata dei panni lerci, degli stivali sformati e mi sarei concessa qualche piccolo lusso: un bagno caldo in un albergo confortevole, una fetta di torta con marmellata di albicocche, un impalpabile abito in seta dalle allegre decorazioni floreali.
Restava da sistemare la faccenda dell’arma: me ne sarei privata alla prima galleria, gettandola dal finestrino, cosa che esattamente avvenne dopo circa trentacinque minuti dall’inizio del viaggio.
Sul perché avessi ucciso quell’uomo non c’è da conversare più dello stretto indispensabile.
La vendetta e la gelosia mi sono sostanzialmente aliene, come pure il risentimento o i futili rancori personali.
L’unico movente era dunque da situare nel suo essere inadatto a questo mondo, al suo mondo.
Ossia, a me.
Comprenderete bene che a questo non vi era alternativa, sarebbe equivalso a lasciar agonizzare un cavallo dalle zampe spezzate.
Chi avrebbe tanto cattivo cuore?
Fu tuttavia con grande sorpresa che – arrivata alla stazione della città di R. – venni avvicinata da due uomini in uniforme, che mi chiesero di seguirli e fornire loro alcune informazioni.
Mi informarono che la città di R. era diventata un luogo pericoloso, insicuro per i forestieri.
Ringraziai di tanta premura e abbandonai prontamente la stazione.
A un paio di centinaia di chilometri un uomo giaceva nel suo letto, in una pozza di sangue.
Il mondo a volte sa essere terribile.
E non c’è nulla di più triste del trovare un rifugio e non saperlo apprezzare.

Lo ha scritto Flounder alle 18:41
venerdì, 06 aprile 2007

Sedicesima possibilità - o della lampada di Aladino

Ed è così che alla stazione della città di R., nel volgere di un istante, la vita prende forma di porta girevole, di arrocco su scacchiera, di nastro trasportatore con valigie zeppe di cose e un bagaglio perduto, di un abito a fiori minuti e intanto mi osservi con un occhio e l’altro chiuso, come per misurarmi.

La vita che fino ad oggi a volte mi sembra priva di rilievi, come due foto stereoscopiche viste senza occhialini.

Ricongiungi le immagini e dimmi che mi ami.

In un orecchio e poi nel suo fratello.

E poi addormentami di nuovo, fino al canto del gallo.

Strofinami tre volte ed esprimi un desiderio.

Lo ha scritto Flounder alle 11:15
martedì, 03 aprile 2007

Quindicesima possibilità - o della noble art

L’immagine della stazione della città di R. varia secondo le ore del giorno: la posizione del sole disegna luci ed ombre, mette in evidenza angoli nascosti, cancelli e sottopassaggi.
Disegna reti elastiche che producono potenti effetti di rimbalzo.
Io ho un abito a fiori, tu dei paradenti.
Mi chiedo se servano a ripararti dai colpi o a mascherare canini troppo aguzzi
Intorno i bookmaker raccolgono scommesse: le previsioni sono troppo incerte per accettare una proposta di corruzione, per cedere volutamente allo schieramento che mi dà perdente.
Occhio per occhio, dente per dente.
Messa così preferisco guardarti, osservarti con la potenza di un montante.
Fare un inchino al pubblico e distrarti.
Ronzarti intorno col mio peso mosca e ripassarmi la cipria con la spugna.

Lo ha scritto Flounder alle 09:43
lunedì, 02 aprile 2007

Quattordicesima possibilità - o degli effetti collaterali della politica per il risparmio energetico

Saranno in molti – lo so - a testimoniare che quel giorno ero lì, sola sotto gli occhi di tutti.
Mobile nei pensieri, febbrile nella ricerca, le guance arrossate e un principio di sudore tra la piega dei seni.
Strapazzata dal vento e da una pioggia obliqua.
E poco importa se indossassi un abito a fiori o pantaloni in gabardine, se con me avessi un ombrello o un beauty case.
Saranno in molti – lo sai - a testimoniare che quel giorno eri lì, solo tra i passi di tutti.
Agitato dal desiderio, roso dal dubbio, inquieto nel dondolìo di una gamba.
E poco importa se avessi la mano perduta nel vezzo di una barba mal rasata, l’altra mano in tasca e nella testa spezzoni di canzoni.
L’ora dell’incontro è andata smarrita, inghiottita da un falso movimento di lancette, da uno scherzo del tempo.
Era un’ora di luce, densa di baci. O un’ora di buio, frastornata di parola.
Era l’ora di sonno per entrare insieme nel sogno, l’uno sull’altro. Per imboccarci con le dita intrecciate, per stare zitti e guardarci, per lavarci la schiena, per insegnarti i miei contorni, per imparare le smorfie della tua sorpresa.
Era l’ora che in sé conteneva il seme del futuro. L’ora delle radici, in cui avremmo intrecciato i piedi e le gambe per vedere nel tempo spuntare un ricco fogliame.
Alla stazione della città di R. non è legale perdere un’ora.
I viaggiatori incauti simulano indifferenza, per non incorrere in regolare ammenda.
Si attardano a rimirare tabelloni, come appena arrivati. Dicono: non è niente, ero qui per caso.
Si asciugano di soppiatto una lacrima e pensano: che peccato.

Lo ha scritto Flounder alle 22:11
domenica, 01 aprile 2007

Tredicesima possibilità - o del giorno del vino e delle spine

Prima della città di F. avevamo attraversato la città di B., quella di N. e ancora quella di G.
Ma è solo all’arrivo nella stazione di R. che mi avvidi del sangue che, sgorgando copioso, aveva intriso la mia veste di grandi macchie simili a rose vermiglie.
Anche il bagaglio mi era diventato pesante, gravava sulle mie piccole spalle con un dolore che mi curvava. Mi avesse visto mio padre, in quel momento – e ho l'assoluta certezza che da qualche luogo imprecisato mi stesse osservando – mi sarebbe forse venuto incontro per risparmiarmi almeno l’ultimo tratto di strada?
Non lo so, questo non saprei dirlo.
Del resto neppure mia madre, nonostante l’infinito amore, è riuscita mai a dialogare apertamente con lui, ma ha accettato silenziosamente ogni sua decisione, compresa la mia stessa venuta al mondo.
Come sperare dunque che loro – o chiunque altro – potesse dunque venirmi incontro e alleggerirmi del fardello?
Come sperare che alla stazione della città di R. avrei finalmente trovato un luogo di conciliazione e accoglienza?
Provai a chiamare un facchino, ma mi dissero che lì, in quella stazione, il personale lavorava a organico ridotto.
Le rose sulla mia veste si ingigantivano a ogni passo e un mal di testa insopportabile di pensieri e di spine mi trafiggeva le tempie.
Tu non c’eri. Non c’eri quel giorno.
Non eri lì ad accogliermi, ad aspettarmi. A mantenere le promesse fatte.
Eppure solo pochi giorni prima avevamo bevuto insieme del vino, in nome di qualcosa che hai in fretta dimenticato.
Mi raccontano che spesso parli di me, che ricordi ogni momento trascorso insieme.
Ma dov’eri quel giorno? Dov’eri?

Lo ha scritto Flounder alle 15:00
sabato, 31 marzo 2007

Dodicesima possibilità - o dell'esagerazione

Non vi racconterò del nostro incontro alla stazione della città di R.
Non hanno importanza le parole scambiate tra noi o l’intensità dell’abbraccio. E neppure cosa avvenne tra noi nei giorni a seguire.
Vi basti sapere che i fiori del mio abito sbocciarono d’improvviso e la stazione divenne un tripudio di petali che volteggiavano e si posavano ovunque, un ampio tappeto simile a velluto.
L’odore così inebriante che la folla ne fu ammaliata.
Si videro molti viaggiatori – se non tutti – spogliarsi come in preda a una furia e congiungersi sui binari, nelle carrozze, finanche nella stanzetta del controllo semaforo.
Dai fiori si dipartirono piccoli tralci rampicanti che inglobarono nelle spire ogni oggetto e ogni persona nelle immediate vicinanze. Una monaca perse il velo e il colletto inamidato, un bambino la cartella e la sua collezione di soldatini, un amministratore delegato l’aplomb e la cravatta.
I macchinisti rapiti dagli enormi tunnel in forma di cesti e corbeilles smarrirono la direzione e nella stazione di R. si incrociò ogni sorta di convoglio, inclusi certi trenini dalle sedute di legno che anni addietro erano noti per arrivare puntualmente in orario.
Furono profanate chiese e altari, assaltate banche e salumerie, saccheggiate le serre.
Tutti i telefoni del mondo iniziarono a trillare sulle note della Primavera di Vivaldi.
Il sole si oscurò, per l’improvviso addensarsi di nuvole, pianeti e stelle che volevano assistere allo spettacolo.
La terra tremò e dalle voragini spuntarono rose e camelie.
Ciò che accadde tra noi non vi riguarda, ma sappiate che non fu da meno.

Lo ha scritto Flounder alle 10:03
venerdì, 30 marzo 2007

Undicesima possibilità - o della maledizione degli dèi

La stazione di R. è una stazione di testa, come quella di N., di F. o di M.
Questo rende molto più facile e certo l’attimo esatto dell’incontro: basta difatti controllare con un certo anticipo al tabellone l’orario degli arrivi e predisporsi in attesa al binario segnalato.
I passeggeri scenderanno tutti dallo stesso lato e sarà impossibile mancarli.
Ve lo dico perché mi è capitato di arrivare in stazioni di transito, dove nella ressa è molto più facile perdersi, confondersi.
Ad ogni buon conto io indosso un abito a fiori. E questo – credo – mi distinguerà.
Il fondo è chiaro e reca impressi piccoli tralci, steli, campanule rosate. Ha un taglio alto, proprio sotto il seno - vagamente stile impero - e bretelle larghe.
La scollatura non è profonda ma ampia ed è fermato sul retro da una lunga chiusura lampo.
E’ un abito al quale tengo molto, cucito a mano da una sarta che in gioventù lavorava per le grandi case di couture e che oggi, nei suoi settantacinque anni di mano ancora ferma e sguardo acuto, si limita a cucire per pochi. Per lo più parenti o figlie di vecchie conoscenti.
La sarta aveva una figlia, la ricordo bene.
Brutta, un enorme naso aquilino.
L’avevano fatta studiare, nonostante la povertà. Un brillante liceo classico e poi la facoltà di lettere.
Dovevo essere bambina e lei già all’inizio dell’adolescenza.
Sua madre mi lasciava per ore a giocare con i suoi cartamodelli, con i figurini d’antan.
Ina mi dava le spalle e curvava la schiena su grossi vocabolari, in quella casa che odorava di gesso da imbastiture e brodo per anziani.
Mia madre era bellissima, nonostante le forme un po’ abbondanti: amava i colori chiari e i modelli originali, certe pinces che spuntavano a sorpresa, dei soffietti sui fianchi.
Scollature rettangolari e bustier soffocanti.
La figlia della sarta si chiamava Ina, l’ho già scritto (diminutivo di qualcosa che non ricordo più, o forse era lei, quella divinità polinesiana, dea della luce, figlia del dio della terra). Era alta e magra, ossuta. Detestava gli abiti belli, detestava i bambini. Detestava qualunque cosa avesse una sua intima vitalità. Era ispida e antipatica. Splendente e dura, tagliente.
Mia madre diceva che era intelligentissima e buona e io le credevo. Continuai a crederle, anche quella volta che Ina mi disse a denti stretti che non sarei mai andata da nessuna parte. Avevo appena nove anni e quella frase mi segnò come una cicatrice, una malattia. Come una maledizione segreta che non mi ha mai abbandonato.
Non l’ho più vista da allora, mi hanno detto che insegna in un liceo.
Mi hanno detto che è felice e che l’età le ha regalato morbidezza ai lineamenti. Che ha un marito che l’ama molto e due figli dall’ampio sorriso. Che è ferma e serena, limpida a se stessa. Fulgida e immobile.
So che un abito come il mio lei non lo indosserebbe mai, e neppure sarebbe oggi in una stazione di testa a chiedersi se qualcuno verrà mai a prenderla, a cercare di restare in equilibrio sulla ruota dell’ansia, a domandarsi cosa ci sarà oltre la stazione di R., se esisterà qualcosa oltre questa Gibilterra ferroviaria.
So che se mi vedesse qui oggi, così perduta nell’incertezza, nell’attesa di qualcosa che non ha un nome, nel presagio dell’incompiutezza, ancora mi direbbe a denti stretti: tu non andrai mai da nessuna parte, te lo avevo già detto. Ti perderai prima di ogni meta, non saprai mai tracciarti una strada.
Il mio abito a fiori di colpo di trasformato in un sudario e la stazione di R. nella più desolata delle terre.

Lo ha scritto Flounder alle 10:26
giovedì, 29 marzo 2007

Decima possibilità - o del preavviso telegrafico

Sarò ore tredici stazione di R. STOP
Abito fiori scarpe tacco. STOP
Baciami subito appassionatamente. NO STOP
Lo ha scritto Flounder alle 16:55
mercoledì, 28 marzo 2007

Nona possibilità - o dell'amore paranormale

L’uomo è frettoloso e ansimante, vestito di verde. Un po’ impolverato: sarebbe così gentile da indicarmi la via più breve per la stazione di R.?
L’altro lo guarda stupito, sopraffatto dalla domanda: la città di R. non ha stazione. Viviamo separati dal resto del mondo, ci hanno dimenticato.
L’uomo si sente come schiaffeggiato: ma non è possibile..io…io ho un appuntamento alla stazione della città di R. non è forse questa la città di R.?
- E’ questa la città di R. sì, ma mi creda, non esiste stazione. C’era un tempo, sì, ma è stato troppo tempo fa, lei non può ricordarlo, non era ancora nato. C’era una grande stazione, prima della Guerra: arrivavano treni da ogni dove, un grande traffico di merci e passeggeri. Prima della Guerra. Poi una notte i bombardamenti, e la stazione non è mai più stata ricostruita. Ci hanno dimenticato.
L’uomo si sente mancare, prova ad insistere: ma io..io le assicuro che deve esserci la stazione. E’ lì che mi aspetta, ho un appuntamento. Mi ha detto così: ci rivedremo alla stazione della città di R., avrò un vestito a fiori…
L’altro aggrotta lo sguardo: un vestito a fiori? Lei sta parlando della donna con l’abito a fiori?
- Sì, sì. La conosce? L’ha vista passare? L’ha forse vista uscire dalla stazione di R.?
- Le ho detto che non c’è stazione, qui…la donna con l’abito a fiori…sì…me la ricordo. Giravano voci sul suo conto. Accadeva prima della Guerra: a volte la si vedeva vagare lungo la banchina, come alla ricerca di qualcosa, a volte interrogava i passanti. Si diceva che avesse un amante proprio qui, nella città di R., ma nessuno può confermarlo. Ma tutto questo accadeva prima della Guerra, gliel’ho detto. Poi sparì, insieme alla stazione, insieme a parte della città. Ma cosa ne sa lei della donna con l’abito a fiori? Lei è così giovane. Da chi ha ascoltato questa storia?
L’uomo è confuso, spaventato: io…io avevo un appuntamento con lei. Dovevamo vederci. Sa…io dovevo parlarle, sapere. Io volevo dirle…volevo dirle che…ma è tardi. Mi dica, la prego, mi dica qual è la via più breve per la stazione di R.. Io non voglio arrivare in ritardo, non voglio che mi aspetti ancora. Voglio prenderla, stringerla, sussurrarle all’orecchio. La prego, non mi trattenga qui, io devo andare. Mi indichi la strada, per piacere...
L’altro corruccia la fronte, pescando a fatica nei ricordi: ci furono molti morti qui. Fu colpa della Guerra. Lasciarono le case, le famiglie. Furono portati a morire lontano. Partivano ogni giorno, dalla stazione di R. ma lei…lei non può ricordarlo, lei non era nato…
L’uomo si accasca, raccoglie la testa tra le ginocchia e piange.
Sottile, lieve come un’ombra.

Lo ha scritto Flounder alle 10:30
martedì, 27 marzo 2007

Ottava possibilità - o del testimone

Lavoro qui da sempre, nella stazione della città di R.
Sono dunque il più titolato a parlarvi dell’uomo e della donna con l’abito a fiori. Li ho conosciuti, sì.
Li ho visti, fermi sulla banchina, fermi in un abbraccio. Ad annusarsi come due cani smarriti.
Stretti tra loro come un’asola e un bottone.
Incerti, prima di riconoscersi.
Come dite?
Volete conoscere le loro parole? i loro indirizzi? le reciproche occupazioni?
Non so dirvi, ma vi assicuro di essere il più titolato a parlarne. Del resto sono il più anziano, qui. Sono qui da sempre. 
E dunque ho visto quel titubare nel passo, talvolta l’andatura spedita.
Indecisi e attenti.
Confusi e immobili.
La posa del fianco, l’aria corrucciata.
Potrei mimarne i passi, i gesti. Persino l’assenza.
Tornò spesso, lui.
Aspettava per ore, inutilmente.
Una volta mi sono avvicinato, gli ho chiesto: aspetta forse qualcuno?
Mi ha risposto: può darsi.
Lei invece non è mai più tornata.
Del resto sono qui da sempre, avrei riconosciuto il suo abito tra mille.

Lo ha scritto Flounder alle 11:25
lunedì, 26 marzo 2007

Settima possibilità - o del patteggiamento con la realtà

Sciopero dei treni e in ogni caso la stazione di R. è bloccata da un corteo di manifestanti in sit-in permanente.
Il telefono è scarico da ore.
Ognuno se ne va beatamente a fare in culo a casa propria.
Sul comodino un libro: Les fleurs du mal.
In sottofondo un tango: El desencuentro.

Lo ha scritto Flounder alle 09:29
domenica, 25 marzo 2007

Sesta possibilità – o del Sindacato Comparse

Mi resta impressa l’ultima scena del film, e subito dopo i titoli di coda.
L’inquadratura della città di R., il cielo livido, la donna col vestito a fiori. Il fascino palpabile di certi film francesi.
Un certo desiderio di immedesimazione. 
E ti ricordi quella volta che…?, così ti chiederei.
Se avessi da chiederti, se avessimo da rammentare. 
E tu risponderesti sì, o forse. Reclineresti un poco il capo, lo sguardo verso destra, come si atteggia quando si fa per ricordare.
Fuori c’è ancora il sole, un pomeriggio al cinema da sola non riesce ad ammazzare la giornata.
Mi piacerebbe tornare a casa, trovarti lì e chiederti piccole cose: mi passeresti lo zucchero, per favore?
Cose così, insomma.
Per strada le ragazze hanno sguardi primaverili e gonne larghe.
Vado a memoria nella mia agenda degli appuntamenti: non c’è segnato nulla.
Che sia abbigliata a quadri o a fiori non importa: alla stazione di R. non ci sono mai stata.
Chissà se tu mi hai mai aspettato, se avresti pronunciato il mio nome.
O se nel cielo livido la scena si sarebbe arrestata.
Tagliata.
Alla critica e al mondo rimasta sconosciuta.

Lo ha scritto Flounder alle 09:25
sabato, 24 marzo 2007

Quinta possibilità - o dei quattro cantoni

Per un momento mi chiedo se abbia senso arrivare alla stazione di R. con il mio vestito a fiori.
Arrivo, ti vedo, mi mancano dieci passi dieci metri e ti prendo.
Nella stazione di R., dove tutto ti è familiare e ti appartiene, dove tutto consolida l’immagine di te.
Fossimo a strapiombo sul mare sarebbe facile intravedere il rischio.
Ci sarebbe il vento a muovere le ombre.
Fossimo a strapiombo sul mare potremmo dirci che cominciamo solo adesso.
Ma la stazione di R. è ovattata, ha qualcosa che ci protegge, ci consegna a uno scenario noto, a una quinta certa e collaudata.
In fondo siamo stati fermi, abbiamo tenuto lo sguardo su di noi, ci siamo tessuti addosso trame di parole senza testarne la solidità al vento.
Ci siamo mossi nello spazio angusto di una forma sincopata di ricordo.
Dal treno io non scendo, no.
Riprendo la via che mi riporta a casa.
Ti chiamo e dico: puoi raggiungermi qui, dove non mi conosci.
Non avevo un abito a fiori da indossare.

Lo ha scritto Flounder alle 23:38
venerdì, 23 marzo 2007

Quarta possibilità - o dell'equivoco fulminante

E così, infine, ti ho ritrovato.
Mi hai ritrovato.
Sei tu, quello di sempre. Quello conosciuto, atteso, desiderato, sperato.
Tuo l'odore, tue le mani.
Tua l'immagine così simile al ricordo. Tua la curva del naso, tue le labbra.
Nel protendermi a te, nel sollevare volto e mento alla tua bocca, lo sguardo mi si ferma sull'indicazione del luogo: qui non è la città di R., mi trovo a F.
Come ho fatto a sbagliare fermata?
Come ho fatto a non accorgermi di essere passata oltre? 
A cosa pensavo?
Pensavo a te, a come ti avrei ritrovato, a come ci saremmo riconosciuti.
Adesso sono qui con un altro, è vero, ma è a te che penso. E' te che vedo.
Non avertene a male. in fondo siamo gente di passaggio: su questa terra come in una stazione.
Ognuno si arrangia come può.
Più tardi mi dirai che quest’abito ti ricorda qualcosa, qualcuno.
Tua moglie, ma non potresti giurarci.
Dal canto mio potrei fingere di esserlo: è la stagione degli abiti a fiori.

Lo ha scritto Flounder alle 23:28
giovedì, 22 marzo 2007

Terza possibilità - o dell'intralcio miracoloso

Arrivata alla stazione di R. faccio per scendere dal treno. Tu sei lì, ti vedo. provo a indovinarti, a prevedere i tuoi pensieri.
Qualcuno mi si avvicina e mi strattona il vestito. 
E tu? cosa ci fai qui, tu?
In quel momento non metto a fuoco il viso, sono lineamenti che non mi informano su nulla.
Sono M., non mi riconosci?
Sì, sì, scusa, ero sovrappensiero. Ma tu come hai fatto a riconoscermi?
(in realtà ci siamo incontrate non più di tre giorni fa, in altro contesto. Mi chiedo come sia possibile non accorgersi che in questo momento sono altra, come abbia fatto a riconoscermi, se in questo momento esatto sono irriconoscibile addirittura a me stessa)
Tu mi osservi da lontano, senza avvicinarti.
Saluto frettolosamente la mia conoscente e ti vengo incontro.
Ci separano forse dieci passi: cinque mi occorrono per vuotarmi dell’altro incontro, cinque per predispormi interamente a te e lasciarmi ritrovare.
Sul settimo passo mi anticipi e ti ho davanti, senza essere riuscita a recuperare ciò che credo tu sappia di me, ciò che immagino tu abbia deciso di sapere di me.
Questo vestito è nuovo?, mi chiedi.
E’ tutto nuovo, ti rispondo.
Anzi, lo penso solamente.
Se è vero si vedrà solo dopo.

Lo ha scritto Flounder alle 09:48
mercoledì, 21 marzo 2007

Seconda possibilità - o della resa

Nello scendere dal treno alla stazione di R. mi chiedo:
Passerò il tempo cercando di farti aderire all’immagine che già posseggo di te?
Le sovrapporrò? Correggerò le linee di troppo, gli sbaffi di colore?
O mi arrenderò totalmente alla somma dei tuoi gesti, per quanto possano restituirmi un’immagine di te poco consona a ciò che credo di sapere e conoscere?
Dove ci incontreremo? In quale punto del senso?
E tu?
Tu cosa farai?
Manterrai fedeltà al passaporto che mi hai fornito in un altro momento, in un altro tempo?
Tradirai te per essere fedele a me? O il contrario?
Io ti direi: voglio essere me, me più che mai.
Voglio che tu sia te, te più che mai.
Più me con te di quanto potrei immaginare a me stessa di essere. 
A costo di disconoscermi e conoscerti ogni volta.
Non ho documenti, se non la mia mano.
Alla frontiera della tua pelle osserveranno le linee prima di lasciarmi passare. La mia mano mi fa da interprete, mi accompagna per luoghi sconosciuti.
Ti dico: sarò alla stazione di R. e mi riconoscerai perché sono nuda. Incidentalmente, indosserò un vestito a fiori.

Lo ha scritto Flounder alle 17:12
martedì, 20 marzo 2007

Prima possibilità - o del tradimento necessario

Sarò alla stazione di R. e indosserò un vestito a fiori.
Ho cambiato profumo: giudichi questo un tradimento?
A me o a te?
Porterò allora con me le mie lettere, perché tu possa riconoscermi. Porterò anche le tue, perché tu possa riconoscerti.
Hai cambiato anche tu profumo?
Di che colore saranno nuovamente i tuoi occhi? A chi o cosa assomiglierai?
Cosa ci diremo per salutarci?
Cosa delimiterà il confine della prossimità?
Hai ancora labbra morbide o il vento te le ha screpolate?
Chi troverò al binario ad aspettarmi?
Riuscirò a fidarmi nuovamente di te a prima vista o sarà necessario consultare il catalogo dei gesti?
Ecco, il treno si approssima. Dal finestrino intravedo la tua giacca, il tuo cappello, la tua mano che già si alza in un saluto.
Sei quello che aspettavo?
Sono quella che aspettavi?
E se invece saremo altri riusciremo comunque a piacerci?

Lo ha scritto Flounder alle 22:13