Undicesima possibilità - o della maledizione degli dèi
La stazione di R. è una stazione di testa, come quella di N., di F. o di M.
Questo rende molto più facile e certo l’attimo esatto dell’incontro: basta difatti controllare con un certo anticipo al tabellone l’orario degli arrivi e predisporsi in attesa al binario segnalato.
I passeggeri scenderanno tutti dallo stesso lato e sarà impossibile mancarli.
Ve lo dico perché mi è capitato di arrivare in stazioni di transito, dove nella ressa è molto più facile perdersi, confondersi.
Ad ogni buon conto io indosso un abito a fiori. E questo – credo – mi distinguerà.
Il fondo è chiaro e reca impressi piccoli tralci, steli, campanule rosate. Ha un taglio alto, proprio sotto il seno - vagamente stile impero - e bretelle larghe.
La scollatura non è profonda ma ampia ed è fermato sul retro da una lunga chiusura lampo.
E’ un abito al quale tengo molto, cucito a mano da una sarta che in gioventù lavorava per le grandi case di couture e che oggi, nei suoi settantacinque anni di mano ancora ferma e sguardo acuto, si limita a cucire per pochi. Per lo più parenti o figlie di vecchie conoscenti.
La sarta aveva una figlia, la ricordo bene.
Brutta, un enorme naso aquilino.
L’avevano fatta studiare, nonostante la povertà. Un brillante liceo classico e poi la facoltà di lettere.
Dovevo essere bambina e lei già all’inizio dell’adolescenza.
Sua madre mi lasciava per ore a giocare con i suoi cartamodelli, con i figurini d’antan.
Ina mi dava le spalle e curvava la schiena su grossi vocabolari, in quella casa che odorava di gesso da imbastiture e brodo per anziani.
Mia madre era bellissima, nonostante le forme un po’ abbondanti: amava i colori chiari e i modelli originali, certe pinces che spuntavano a sorpresa, dei soffietti sui fianchi.
Scollature rettangolari e bustier soffocanti.
La figlia della sarta si chiamava Ina, l’ho già scritto (diminutivo di qualcosa che non ricordo più, o forse era lei, quella divinità polinesiana, dea della luce, figlia del dio della terra). Era alta e magra, ossuta. Detestava gli abiti belli, detestava i bambini. Detestava qualunque cosa avesse una sua intima vitalità. Era ispida e antipatica. Splendente e dura, tagliente.
Mia madre diceva che era intelligentissima e buona e io le credevo. Continuai a crederle, anche quella volta che Ina mi disse a denti stretti che non sarei mai andata da nessuna parte. Avevo appena nove anni e quella frase mi segnò come una cicatrice, una malattia. Come una maledizione segreta che non mi ha mai abbandonato.
Non l’ho più vista da allora, mi hanno detto che insegna in un liceo.
Mi hanno detto che è felice e che l’età le ha regalato morbidezza ai lineamenti. Che ha un marito che l’ama molto e due figli dall’ampio sorriso. Che è ferma e serena, limpida a se stessa. Fulgida e immobile.
So che un abito come il mio lei non lo indosserebbe mai, e neppure sarebbe oggi in una stazione di testa a chiedersi se qualcuno verrà mai a prenderla, a cercare di restare in equilibrio sulla ruota dell’ansia, a domandarsi cosa ci sarà oltre la stazione di R., se esisterà qualcosa oltre questa Gibilterra ferroviaria.
So che se mi vedesse qui oggi, così perduta nell’incertezza, nell’attesa di qualcosa che non ha un nome, nel presagio dell’incompiutezza, ancora mi direbbe a denti stretti: tu non andrai mai da nessuna parte, te lo avevo già detto. Ti perderai prima di ogni meta, non saprai mai tracciarti una strada.
Il mio abito a fiori di colpo di trasformato in un sudario e la stazione di R. nella più desolata delle terre.
