Tredicesima possibilità - o del giorno del vino e delle spine
Prima della città di F. avevamo attraversato la città di B., quella di N. e ancora quella di G.
Ma è solo all’arrivo nella stazione di R. che mi avvidi del sangue che, sgorgando copioso, aveva intriso la mia veste di grandi macchie simili a rose vermiglie.
Anche il bagaglio mi era diventato pesante, gravava sulle mie piccole spalle con un dolore che mi curvava. Mi avesse visto mio padre, in quel momento – e ho l'assoluta certezza che da qualche luogo imprecisato mi stesse osservando – mi sarebbe forse venuto incontro per risparmiarmi almeno l’ultimo tratto di strada?
Non lo so, questo non saprei dirlo.
Del resto neppure mia madre, nonostante l’infinito amore, è riuscita mai a dialogare apertamente con lui, ma ha accettato silenziosamente ogni sua decisione, compresa la mia stessa venuta al mondo.
Come sperare dunque che loro – o chiunque altro – potesse dunque venirmi incontro e alleggerirmi del fardello?
Come sperare che alla stazione della città di R. avrei finalmente trovato un luogo di conciliazione e accoglienza?
Provai a chiamare un facchino, ma mi dissero che lì, in quella stazione, il personale lavorava a organico ridotto.
Le rose sulla mia veste si ingigantivano a ogni passo e un mal di testa insopportabile di pensieri e di spine mi trafiggeva le tempie.
Tu non c’eri. Non c’eri quel giorno.
Non eri lì ad accogliermi, ad aspettarmi. A mantenere le promesse fatte.
Eppure solo pochi giorni prima avevamo bevuto insieme del vino, in nome di qualcosa che hai in fretta dimenticato.
Mi raccontano che spesso parli di me, che ricordi ogni momento trascorso insieme.
Ma dov’eri quel giorno? Dov’eri?
