Quattordicesima possibilità - o degli effetti collaterali della politica per il risparmio energetico
Saranno in molti – lo so - a testimoniare che quel giorno ero lì, sola sotto gli occhi di tutti.
Mobile nei pensieri, febbrile nella ricerca, le guance arrossate e un principio di sudore tra la piega dei seni.
Strapazzata dal vento e da una pioggia obliqua.
E poco importa se indossassi un abito a fiori o pantaloni in gabardine, se con me avessi un ombrello o un beauty case.
Saranno in molti – lo sai - a testimoniare che quel giorno eri lì, solo tra i passi di tutti.
Agitato dal desiderio, roso dal dubbio, inquieto nel dondolìo di una gamba.
E poco importa se avessi la mano perduta nel vezzo di una barba mal rasata, l’altra mano in tasca e nella testa spezzoni di canzoni.
L’ora dell’incontro è andata smarrita, inghiottita da un falso movimento di lancette, da uno scherzo del tempo.
Era un’ora di luce, densa di baci. O un’ora di buio, frastornata di parola.
Era l’ora di sonno per entrare insieme nel sogno, l’uno sull’altro. Per imboccarci con le dita intrecciate, per stare zitti e guardarci, per lavarci la schiena, per insegnarti i miei contorni, per imparare le smorfie della tua sorpresa.
Era l’ora che in sé conteneva il seme del futuro. L’ora delle radici, in cui avremmo intrecciato i piedi e le gambe per vedere nel tempo spuntare un ricco fogliame.
Alla stazione della città di R. non è legale perdere un’ora.
I viaggiatori incauti simulano indifferenza, per non incorrere in regolare ammenda.
Si attardano a rimirare tabelloni, come appena arrivati. Dicono: non è niente, ero qui per caso.
Si asciugano di soppiatto una lacrima e pensano: che peccato.
