Diciassettesima possibilità - o dell'eccesso di altruismo
Avendo sparato a un uomo e avendolo ammazzato, capirete bene che il mio principale pensiero fosse quello di darmi alla fuga.
E quale migliore occasione del salire a volo sul primo treno che conduceva alla città di R.?
Lì mi sarei sbarazzata dei panni lerci, degli stivali sformati e mi sarei concessa qualche piccolo lusso: un bagno caldo in un albergo confortevole, una fetta di torta con marmellata di albicocche, un impalpabile abito in seta dalle allegre decorazioni floreali.
Restava da sistemare la faccenda dell’arma: me ne sarei privata alla prima galleria, gettandola dal finestrino, cosa che esattamente avvenne dopo circa trentacinque minuti dall’inizio del viaggio.
Sul perché avessi ucciso quell’uomo non c’è da conversare più dello stretto indispensabile.
La vendetta e la gelosia mi sono sostanzialmente aliene, come pure il risentimento o i futili rancori personali.
L’unico movente era dunque da situare nel suo essere inadatto a questo mondo, al suo mondo.
Ossia, a me.
Comprenderete bene che a questo non vi era alternativa, sarebbe equivalso a lasciar agonizzare un cavallo dalle zampe spezzate.
Chi avrebbe tanto cattivo cuore?
Fu tuttavia con grande sorpresa che – arrivata alla stazione della città di R. – venni avvicinata da due uomini in uniforme, che mi chiesero di seguirli e fornire loro alcune informazioni.
Mi informarono che la città di R. era diventata un luogo pericoloso, insicuro per i forestieri.
Ringraziai di tanta premura e abbandonai prontamente la stazione.
A un paio di centinaia di chilometri un uomo giaceva nel suo letto, in una pozza di sangue.
Il mondo a volte sa essere terribile.
E non c’è nulla di più triste del trovare un rifugio e non saperlo apprezzare.
