Ventiduesima possibilità - o della bellezza sufficiente a se stessa
Di bello aveva i seni e forse anche il resto, ma il primo impatto era quella massa bianca, uniforme, soda e morbida al tatto che lei ostentava, sfoggiava nelle migliori occasioni.
Il suo gioiello prezioso e inimitabile.
Lo esaltava con l’incedere altero, con gli abiti che lasciavano intravedere, immaginare, con il respiro lungo e pacato che alzava e abbassava la cassa toracica, seguendo una cadenza che evocava lontane melodie e desideri inespressi.
Alle amiche sfiorite sorrideva: “Sai, non ho figli”, detto come un merito, non come penosa giustificazione per tanta sfolgorante e immotivata bellezza, e le notti le passava a guardarsi, ad accarezzarsi, a custodire il suo tesoro, il figlio gemello che le si espandeva dal collo al torace, aggrappandosi con forza e tenacia per non lasciarsi andare e cadere.
Non fece programmi: la sua vita non ne aveva bisogno, realizzata e costruita minuziosamente su un particolare, su un dato di fatto non irrilevante.
L’estate diventava un tormento per tutti quelli che l’attorniavano: per gli uomini, cui l’arsura del desiderio non dava tregua, per le donne, che spiavano i suoi respiri, il disperdersi languido di tale abbondanza di forme, per i bambini, che fino alle soglie dell’adolescenza privilegiano la forma sferica, paradigma assoluto di terra, luna o edipici passatempi.
Tormentata dal mal di schiena si stirava come un gatto, tendendo spalle e braccia all’indietro, spandendo voluttuosamente il riflesso di tanto biancore.
E poi arrivò un mercoledì, uguale a tutti gli altri: al passaggio del treno forse un malore, forse un inconsapevole desiderio di liberarsi del fardello che le aveva impedito ogni progetto e offuscato ogni sogno la fece improvvisamente librare, sulle rotaie, sotto il treno rapido in transito.
La polizia la trovò così, dispersa nel fresco vestito a fiori decorato da rose sanguigne, orribilmente sfigurata, mutilata in ogni appendice.
Qualcuno si parò lo sguardo con la mano a visiera, per non dover subire l’abbaglio del suo turgore sdegnato.
