giovedì, 30 agosto 2007

Ventiquattresima possibilità - o di quell'improvviso dolore nel costato

Non ci sarebbero stati abiti a fiori, questa volta. Né collane di perle o tacchi a stiletto.

Non ci sarebbero state vane attese a un binario e piccoli specchi da borsetta per controllarsi l’aspetto.

E nemmeno quell’elastico sottile che si tende all’inizio di un viaggio e che sappiamo che poi con uno scatto ci ricondurrà da dove siamo partiti.

La donna aveva occhi cupi, quel giorno, e la stazione era un paramento a lutto, di cielo argenteo e nero.

Il capostazione indossava una mitria bianca e dalle aiuole saliva forte un odore di incenso.

Sarebbe salita sul primo treno in partenza, destinazione sconosciuta.

La decisione era stata presa al giovedì, mentre ancora cercava di darsi un senso e intanto nella sua testa risuonavano le parole udite centinaia di volte: Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto mentre lo sposo è con loro? Verranno però i giorni quando lo sposo sarà loro tolto e allora digiuneranno.

Erano stati i giorni della fine non annunciata, quando lo sposo era ancora sorridente.

Andava in sposa a un’altra, ma lei non lo sapeva.

Non ancora.

Al venerdì saltò i pasti e si crocifisse nel ricordo di ciò che era stato, nella speranza morta di ciò che mai avrebbe potuto essere. A sera bevve una goccia d’acqua, solo una.

Il sabato tacque. Fu il giorno del grande silenzio. Intorno a lei calò la cortina e il ricordo si fece sudario, pronto ad avvolgerla.

La domenica si condusse in stazione, trafitta nella carne e nell’anima.

Alle tre il cielo si richiuse definitivamente su se stesso e la terra tremò, sotto il peso improvviso dei vagoni sulle traversine e le chiavarde.

Si accomodò nello scompartimento, chiuse gli occhi e provò a riposare.

Le passioni morte non resuscitano, lo sapeva.

E nemmeno hanno un luogo in cui essere sepolte con dignità. Restano lì, accatastate in una fossa comune, nel tempo indistinguibili.

Lo ha scritto Flounder alle 17:33