Venticinquesima possibilità - o della botanica interiore
Ho una vita frettolosa, io.
Una vita che mi va stretta, angusta. Una vita che di colpo un giorno mi è diventata così attillata da togliermi il respiro, come certi abiti che piano cedono nelle cuciture e fino al giorno in cui il disegno della stoffa non assume una forma così diversa dall’originale, non ti accorgi di quanto ti siano diventati soffocanti.
Ho una vita che tutti i giorni – mio malgrado – mi obbliga a passare per la stazione della città di R. e prendere nota del confine che mi sono tracciata da sola per la sciocca arroganza di non volermi fidare delle mappe che vedo, e accorgermi delle mancate coincidenze per la stupidità di non volere consultare orari.
Ogni giorno, entrando nella stazione di R., socchiudo un poco gli occhi e mi sforzo di ricordare altri posti, altre stazioni, luoghi in cui mi era piaciuto sostare e da lì ripartire. Partire insieme per un ognidove. Insieme.
Così fingo che sia ancora possibile, sogno l’Orient Express o lo Shinkansen e per un poco mi acquieto.
Quando rido – e rido spesso, rido a dismisura, rido a crepapelle – sento la stoffa tirarmi sui fianchi, tendersi sul torace. Allora guardo i fiori disegnati e mi pare che assomiglino a quelle rafflesie che avevo osservato tanto tempo fa. E di colpo smetto di ridere.
La rafflesia è un fiore enorme, anormale. Un fiore rabbioso e commovente.
Sboccia senza pietà e raggiunge anche un metro di diametro. Attrae sguardi e attenzione, si impone su ogni altra forma di vegetazione. Poi cade al suolo e marcisce lentamente, impestando l’aria.
E’ un fiore di carne, senza radici né foglie.
E poi una volta un mio collega mi aveva regalato delle piante di orchidee – lui le coltiva – e mi aveva insegnato a inseminarle.
Dopo l’impollinazione il fiore si accartocciava su se stesso e subito moriva.
Mi aveva detto che da lì potevo imparare come erano fatti gli esseri umani: un improvviso sboccio e nulla più. L’inevitabile attrazione di un istante. Un fuoco d’artificio nella notte. Una scintilla e poi il buio.
Non è così, gli avevo detto, non ti credo. E per un po’ – un bel po’ – non ci eravamo parlati più.
Oggi mi spiace. Mi spiace di essermi seduta dalla sua parte, in questa sala d’attesa dove il tempo muore. Di pensare che possa aver ragione.
Mi dispiace così tanto essere qui, senza un posto riservato. Senza una direzione.
Mi spiace tanto che nel tempo io abbia imparato a pronunciare parole dure, ma talvolta il peso del destino dei fiori è insopportabile. E’ un peso che mi fa piangere. Io che non sono un fiore ma amerei coltivarli.
E’ allergia, vero?, chiede mia figlia guardandomi gli occhi.
Sì, è allergia. Adesso passa subito: è l’aria delle stazioni vuote a farmi tanto male.
