giovedì, 10 gennaio 2008

Ventiseiesima possibilità - o di ciò che chiamiamo le stagioni del cuore

Del resto lo so, l’ho imparato anni fa. Da te, l'amica da cui imparare, e da quel piccolo libro di cui mi parlasti.

Occorrono cinque stagioni per superare un dolore, per riempire un vuoto.

Cinque stagioni per masticare un lutto, una perdita, per vedere la pelle ricrescere su una ferita.

Così sono partita dall’autunno e mi sono addentrata nell’inverno.

I fiori del mio abito sono appassiti.

Mi sfoglio, lasciandomi nuda. Incurante a me stessa.

Mi lascio dimenticare senza osare. Con la bocca cucita, per non rivelare, adesso che è tardi, ciò che farebbe più male.

Cinque stagioni e cinque stazioni, da attraversare provando a non voltarsi indietro.

Nella prima la luce ancora entrava dall’alto e la affogava tutta di sole, sì che le forme erano enormi ed ingombravano tutto.

Nella seconda la linea del tramonto è più alta, e le ombre e le lacrime più lunghe.

Nella terza comincerò a spiare gli arrivi, il momento in cui la gente dà il meglio di sé.

Mi apposterò, seminascosta da un pilastro, succhiando con lo sguardo gli abbracci e le labbra che nulla hanno a che fare con me, sovrapponendomi come una carta carbone, perché la terza stagione mi lasci tracce e possa in qualche modo assomigliarle.

Nella quarta farà caldo, mio malgrado. Nella quarta proverò a darmi un senso, a sciogliermi in ciò che mi circonda. A diventare perla di sudore e germoglio nuovamente in fiore.

La quinta sarà lontana, lontanissima. Affollata di cartelloni pubblicitari e di ricordi che forse non mi suggeriranno niente, che non mi feriranno. O forse inaspettatamente sarà lì, scenderà da un treno ed io ferma ad aspettare sul binario.

Qualcuno mi dirà che un tempo era la stazione della città di R. e io sorriderò, incredula.

Lo ha scritto Flounder alle 17:11